Soccorso in montagna in Piemonte: la Valsesia si dota di un drone con ARTVA e termocamera
Un nuovo drone per il soccorso in montagna in Piemonte entra nella dotazione della Valsesia. Il sistema, consegnato all’Unione Montana dei Comuni della Valsesia nell’agosto 2026, integra un ricevitore ARTVA, una termocamera e il posizionamento GPS. L’obiettivo è fornire alle associazioni impegnate nelle emergenze alpine un ulteriore strumento per la ricognizione, la ricerca di persone disperse e il supporto alle operazioni su terreno innevato.
L’acquisto è stato promosso dalla Commissione Valanghe dell’ente. Il costo comunicato è di circa 15.000 euro e comprende anche il percorso formativo per due operatori, previsto a partire da settembre. La formazione è parte integrante del progetto: in montagna, la disponibilità di sensori avanzati produce un vantaggio reale soltanto quando mezzo, piloti e squadre di soccorso lavorano secondo procedure condivise.
Il progetto dell’Unione Montana Valsesia per il soccorso con drone

Secondo Alberto Daffara, vicepresidente dell’Unione Montana Valsesia e presidente della Commissione Valanghe, il drone sarà messo a disposizione delle associazioni del territorio attive nel soccorso in montagna, dopo la frequenza dell’apposito corso. Non nasce quindi come risorsa isolata di un singolo ufficio, ma come piattaforma condivisa da inserire nelle attività di tutela della pubblica incolumità.
L’investimento si colloca in un programma regionale più ampio. Nell’aprile 2026 la Regione Piemonte ha assegnato complessivamente 236.380 euro a dieci Unioni Montane per rafforzare le Commissioni Locali Valanghe con stazioni meteonivometriche, droni, videosorveglianza e formazione. Alla Valsesia sono stati destinati 25.000 euro per l’acquisto di un drone e di una palina nivometrica digitale automatizzata.
I due importi non sono in contraddizione: i circa 15.000 euro annunciati ad agosto riguardano il drone e il corso per due operatori, mentre il contributo regionale copre il progetto complessivo, che include anche la strumentazione nivometrica. La strategia unisce così prevenzione e risposta: la palina supporta la lettura del manto nevoso, mentre il drone può fornire immagini e dati dall’alto durante ricognizioni e ricerche.
Drone ARTVA e ricerca in valanga: cosa cambia davvero

Nella comunicazione istituzionale viene utilizzata la sigla ARVA; la denominazione tecnica più completa è ARTVA, Apparecchio di Ricerca dei Travolti in Valanga. Questi dispositivi trasmettono e ricevono un segnale radio sulla frequenza internazionale di 457 kHz. Una persona sepolta può essere localizzata soltanto se porta con sé un apparecchio acceso in modalità trasmissione.
Installare un ricevitore ARTVA su un drone consente, in linea di principio, di sorvolare il deposito valanghivo e cercare il segnale senza impegnare immediatamente i soccorritori su tutta la superficie. La sperimentazione europea e italiana ha già dimostrato la fattibilità di questo approccio: nel progetto SHERPA, coordinato dall’Università di Bologna, un quadricottero venne testato sulle Alpi valdostane per localizzare un trasmettitore nascosto sotto la neve.
Il vantaggio potenziale riguarda la rapidità della ricerca primaria e la riduzione dell’esposizione delle squadre nelle aree ancora instabili. Non significa però azzerare il rischio umano né ottenere automaticamente coordinate esatte. Portata, accuratezza e tempi dipendono dall’antenna, dall’altezza di volo, dall’orientamento del segnale, dalle interferenze e dal software utilizzato; questi dati non sono stati divulgati per il sistema acquistato in Valsesia.
Il drone non sostituisce inoltre la procedura a terra. Una volta circoscritta l’area, restano necessari la ricerca fine, il sondaggio, lo scavo, il trattamento sanitario e l’eventuale evacuazione. L’ARTVA aereo è quindi un acceleratore della localizzazione e uno strumento di supporto al comando delle operazioni, non un sistema autonomo capace di completare da solo il soccorso.
Termocamera e GPS: capacità, applicazioni e limiti

La termocamera amplia l’impiego del drone oltre lo scenario valanghivo. Può individuare differenze di temperatura sulla superficie, supportare le ricerche notturne e segnalare una persona esposta o parzialmente occultata quando esiste un contrasto termico sufficiente con l’ambiente. Nei boschi può essere utile lungo radure, sentieri e discontinuità della vegetazione, ma rami e chiome fitte possono bloccare la visuale del sensore.
È fondamentale evitare un equivoco ricorrente: la termografia non vede attraverso la neve, le rocce o la vegetazione compatta. Un corpo completamente sepolto non diventa automaticamente visibile dall’alto; temperatura esterna, vento, umidità, abbigliamento isolante e distanza dal soggetto possono ridurre ulteriormente la qualità del rilevamento. Per i travolti in valanga, il ricevitore ARTVA e la termocamera svolgono quindi funzioni differenti e complementari.
Il GPS permette di georeferenziare immagini, anomalie e punti di interesse, facilitando la trasmissione delle posizioni alle squadre sul terreno. Anche in questo caso occorre prudenza: la fonte non specifica se il drone utilizzi un normale sistema satellitare o una correzione ad alta precisione. È corretto parlare di coordinate operative e tracciamento della missione, non di precisione centimetrica garantita.
Formazione da settembre e operatività condivisa

Il corso per i primi due operatori inizierà a settembre 2026. La consegna del mezzo, da sola, non coincide quindi con la piena capacità operativa. Prima dell’impiego in emergenza serviranno addestramento sul sistema, prove con i sensori, definizione delle procedure di chiamata e coordinamento con le associazioni che riceveranno il drone in uso.
Le missioni alpine impongono vincoli che devono essere verificati sul modello effettivamente acquistato: vento in quota, basse temperature, possibile formazione di ghiaccio, autonomia ridotta delle batterie, perdita del collegamento radio, schermatura del segnale satellitare e peso del payload. Ogni intervento richiede inoltre una chiara separazione degli spazi aerei quando operano elicotteri di soccorso o altri aeromobili.
La catena più efficace parte dal comando dell’operazione: il drone esegue la ricognizione, l’operatore interpreta i dati, il coordinamento trasforma i rilevamenti in aree di ricerca e le squadre a terra verificano e intervengono. Questa integrazione evita di trattare il mezzo come un semplice dispositivo fotografico e lo rende un nodo informativo della missione Search and Rescue.
Il territorio dispone già di un sistema di assistenza che comprende la base regionale dell’elisoccorso a Borgosesia, il Soccorso Alta Valsesia e strutture sanitarie di riferimento. Il drone aggiunge una capacità di osservazione rapida, ma deve entrare in questa rete senza sovrapporsi alle competenze esistenti e senza interferire con i mezzi aerei prioritari.
Dalla prevenzione valanghe alla ricerca dei dispersi con drone

Il progetto della Valsesia è rilevante perché collega due fasi spesso raccontate separatamente. La prima è la prevenzione: misurare il manto nevoso, osservare i versanti e offrire alle amministrazioni elementi più tempestivi per valutare il rischio. La seconda è la risposta: raggiungere rapidamente un’area, raccogliere dati dall’alto e orientare le squadre in una ricerca.
La combinazione tra palina nivometrica digitale, drone, termografia e ricezione ARTVA non crea un sistema infallibile, ma amplia la consapevolezza operativa. I dati nivologici aiutano a leggere l’evoluzione del pericolo; il velivolo riduce i tempi di ricognizione; i sensori selezionano le aree da verificare. La decisione finale resta affidata a tecnici e soccorritori formati.
Per valutare il risultato dell’investimento sarà importante misurare nel tempo il numero di operatori qualificati, le esercitazioni svolte, i tempi di attivazione, l’affidabilità dei sensori e il livello di interoperabilità tra gli enti. È su questi indicatori, più che sulla sola dotazione hardware, che il nuovo drone potrà tradursi in un miglioramento concreto della sicurezza in montagna in Piemonte.
[Credits: La Voce Vercellese]
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