Nuovi droni per la Marina Militare: acquisizioni, sperimentazione OPEX e traiettoria “unmanned”
L’impiego di sistemi unmanned nella Marina Militare non è più una sperimentazione occasionale. In audizione al Senato, il Capo di Stato Maggiore della Marina, Amm. Giuseppe Berutti Bergotto, ha tracciato una linea che unisce acquisizioni a breve termine, prove operative in mare e un obiettivo preciso: arrivare a una dottrina d’impiego costruita su evidenze raccolte sul campo. L’unmanned non viene trattato come un’aggiunta tecnologica, ma come una capacità da integrare in procedure, logistica e progettazione delle piattaforme.
Il tutto si lega a una trasformazione più ampia: una forza navale più modulare, più armata e più adattabile, pensata per aggiornare capacità e payload con tempi più vicini a quelli del software che a quelli della cantieristica. Le nuove unità non vengono presentate come un semplice ricambio di piattaforme, ma come un salto di capacità, dalla difesa contro minacce più complesse all’integrazione di assetti senza equipaggio.
Le navi del futuro saranno piattaforme “aperte”, con spazi riconfigurabili e predisposizioni per integrare moduli operativi, centri di comando e sistemi unmanned. In questa logica rientra anche il dossier anfibio, indicato come prioritario non solo per ragioni anagrafiche, ma per il ruolo crescente di piattaforma polivalente e potenziale hub di assetti senza equipaggio. Sullo sfondo, l’audizione richiama una soglia più alta di ambizione, dalla difesa antimissile balistico ai profili di attacco a lungo raggio, con una postura più esplicitamente multidominio.
Questa traiettoria si muove su tre domini, aria, superficie e subacqueo, e ruota attorno a un meccanismo di sperimentazione operativa OPEX TASK che la Marina intende ripetere e stabilizzare nel tempo.
Unmanned in tre domini: UUV, USV e UAV

La Marina Militare valuta l’acquisto del Bayraktar TB-3 di Baykar, drone da combattimento pensato per operare dal ponte della portaerei Cavour.
Subacqueo: LDAUV italiano con 15 giorni di autonomia
Entro giugno è prevista l’acquisizione di un Large Displacement Autonomous Underwater Vehicle (LDAUV): un UUV italiano, lungo circa 12 metri e con autonomia di circa 15 giorni. L’impiego indicato è duplice: missioni ISR in ambiente underwater e difesa delle infrastrutture critiche. Nel resoconto viene ipotizzato che possa trattarsi del RONDA di DRASS.
Il messaggio operativo è chiaro: la sorveglianza subacquea non è più solo un tema da sommergibili e sensori fissi, ma una capacità distribuita e persistente, con tempi di permanenza misurabili in settimane. In prospettiva, è un tassello che si incastra con la crescente attenzione alla protezione delle infrastrutture critiche sottomarine e alla sorveglianza dei fondali.
Superficie: USV Sea Raptor, imbarcabile su tutta la flotta
Per il dominio di superficie, la Marina guarda a un USV di prossima acquisizione: Sea Raptor dell’italiana DEFCOMM. I dati riportati lo descrivono come un barchino lungo 8,5 m, con dislocamento di 1,9 t, capace di raggiungere 50 nodi di velocità massima e soprattutto imbarcabile su tutte le navi della Marina.
Qui la parola chiave è “imbarcabile”: significa ridurre la barriera d’ingresso all’impiego, evitando che l’USV resti confinato a poche unità specialistiche. La conseguenza è una maggiore scalabilità della capacità, sia per compiti di sorveglianza sia per profili più complessi che richiedono integrazione con C2 e sensori di bordo.
Aereo: acquisito Revolution, interesse per TB-3, Flex Rotor non ancora maturo
Sul fronte aereo, la Marina ha già acquisito il Revolution di General Defence. Dall’audizione emerge che il sistema viene considerato soprattutto per missioni ISR, ma con una finestra anche su impieghi di strike: può trasportare e rilasciare due piccole loitering munitions tipo Racer, capacità già dimostrata in attività operative. Viene citata anche la possibilità di appontaggio autonomo.
L’audizione, inoltre, apre due piste: TB-3 di Baykar, possibile candidato per Cavour e armabile, e Flex Rotor di Airbus, che tuttavia viene considerato non ancora maturo per l’impiego a bordo.
Il punto, per chi segue questi programmi, è la convergenza tra requisiti navali e requisiti di missione. Appontaggio, gestione del ponte di volo e procedure di bordo devono tenere insieme persistenza ISR e, dove serve, capacità d’ingaggio. È su questa intersezione che si misura la maturità della componente unmanned navale.
OPEX TASK: sperimentazione operativa come metodo
La Marina cambia pelle: modularità, navi come hub e integrazione unmanned

Droni aerei, mezzi di superficie e veicoli subacquei entrano nello stesso disegno: integrare procedure, logistica e piattaforme.
La flotta futura non può permettersi piattaforme rigide. Le nuove unità vengono impostate come sistemi “aperti”, con margini fisici ed elettrici per aggiornamenti successivi. In pratica significa predisposizioni, volumi e interfacce pensati per integrare nuovi sensori, nuove reti e nuovi payload senza interventi strutturali invasivi.
La modularità si traduce in spazi riconfigurabili, moduli installabili e carichi di missione sostituibili. Serve a reggere un ciclo tecnologico più rapido dei tempi di costruzione e di vita operativa della nave. In parallelo cresce un requisito operativo: imbarcare e gestire assetti senza equipaggio, dal ponte alla sala operativa. In questo lessico si inserisce anche l’idea di multi-capability technological carrier, usata per descrivere unità di prima linea capaci di assorbire missioni e sistemi diversi.
I riferimenti concreti includono un UUV italiano di circa 12 metri con autonomia intorno ai 15 giorni per missioni ISR e protezione di infrastrutture critiche, un USV imbarcabile su unità della flotta e soluzioni dell’ecosistema Baykar-Leonardo integrabili a bordo e potenzialmente armabili. Accanto a questi sistemi, entrano in gioco anche assetti più piccoli già disponibili, pensati per allargare la bolla ISR della nave. In alcuni profili operativi, il sistema rilascia un drone che si comporta, di fatto, come munizione circuitante.
Resta poi il tema dei tempi, perché la tecnologia non aspetta. Strumenti come il Naval Innovation Compass puntano a sostenere sviluppo continuo e integrazione progressiva. Il Polo Nazionale della Dimensione Subacquea mette insieme Difesa, industria, università e ricerca, con oltre 260 operatori coinvolti e i primi dimostratori attesi entro il 2027. L’obiettivo è accorciare la distanza tra requisiti, sperimentazione in mare e sistemi davvero imbarcati.
Cosa significa per il settore: requisiti, integrazione e tempi
Due elementi emergono con forza. Il primo è la ricerca di soluzioni imbarcabili e scalabili, cioè integrabili su più unità e non confinate a programmi “boutique”. Il secondo è la volontà di accorciare i tempi: test in mare, selezione di sistemi maturi, impiego operativo e poi normalizzazione dottrinale.
Per l’industria e per gli operatori, questo implica un focus crescente su integrazione con procedure di bordo e sicurezza del volo e del ponte di volo, interoperabilità C2 e gestione dei dati ISR, affidabilità e manutenzione in ambiente marittimo, capacità di appontaggio e recupero e gestione autonoma. In sintesi, la competitività non si gioca solo sulle prestazioni nominali della singola piattaforma, ma sulla maturità del sistema nel suo complesso e sulla qualità dell’integrazione.
Se OPEX TASK continuerà a funzionare come filtro operativo, la conseguenza naturale sarà una selezione più rapida di soluzioni pronte, con requisiti sempre più chiari su interoperabilità, sicurezza e sostenibilità logistica. Per il settore, è un segnale netto: l’unmanned navale entra in una fase industriale, dove contano standard, integrazione e tempi di messa a regime almeno quanto la piattaforma in sé.
[Credits: RID, Ares Difesa]
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